[LA REGINA SPECIAL EDITION: FENOMENOLOGIA DI CARLO CRACCO]

Il boudoir della reginaHo passato anni a credere che un uomo dovesse bussare alla mia porta con un mazzo di fiori (rose rosse a gambo lungo, nel caso), con una scarpetta in mano o inginocchiato con un anello. Poi, alla stessa, ha bussato uno chef. Uno professionista, eh.

Ora, io potrei raccontarvi dell’occhio chiaro e dei tatuaggi maori che pure il degno rappresentante di categoria ha sugli avambracci ma, disgraziatamente per voi, non lo farò. Perché mica siamo cortigiane, noi siamo Regine. Io voglio invece raccontarvi della soddisfazione uterina che si prova nel vedere un uomo che ti porta la spesa a casa- non una spesa fatta a caso, quella in cui ci si ritrova con quattro chili di mortadella e nessun gambo di insalata, ma elaborata con cognizione di causa. Voglio narrarvi di quel momento in cui ti manca il fiato in gola perché ti srotola sul tavolo la sua collezione di coltelli giapponesi, con cui ti faresti scarnificare pure la pelle che non hai- perché tu lo sai che l’arte dell’eros e quella della ghigliottineria sono entrambe una questione di precisione. Voglio condividere con voi la perversione edonistica che si prova nel sentirlo parlare di cibo come se ci stesse facendo l’amore, e tu sei lì, cercando di darti un contegno, chè sennò ti scivola la corona: mai nella vita avresti immaginato di invidiare un pomodoro. Eppure.

Tuttavia quanto scritto finora è solo l’antefatto da cui è partita la riflessione seguente; non voglio fuorviarvi e lo dichiaro subito: questo, infatti, è un post ad alto contenuto culturale che parte da un aulico presupposto, atto a sanare una lacuna pressoché incomprensibile e, per giunta, inaccettabile, presente su Wikipedia. Alla voce Carlo Cracco- cioè, mica un Vissani qualunque- si evidenzia che l’affermazione “è considerato un sex symbol” sia SENZA fonte. Capirete bene che, avendo esperito personalmente la questione “Chef, conseguenze sugli estrogeni e dintorni” sono la massima esperta del Regno e ritengo mio preciso dovere morale far luce sulla questione.

Ecco, questo scritto costituirà LA fonte tanto cercata. Altro che filologia romanza, altro che Papiri di Ossirinco. Tsè.

Ma partiamo dalla biografia. Carletto ha più di 40, ma meno di 50, ossia quella landa cronologica in cui un uomo è rassicurante come il lupo vestito da nonna che ti invita a cena e tu- trentenne- che vai lì, (s)vestita da Cappuccetto Rosso, con la sola e unica speranza di essere tu la cena. E da Cracco ci andresti pure se invece di fare la parte della nonna, si rivelasse fin da subito un lupo famelico, lasciandoti sbranare volentieri in nome del sacrificio umano, con gli Incas che a confronto sono dei dilettanti.

Nel curriculum, tra le varie collaborazioni, spicca l’esperienza francese: Picasso aveva il periodo blu, Cracco ha avuto il periodo baguette. In quei giorni avrà imparato come abbinare il foie gras, come cucinare le escargots, come pasteggiare con il giusto champagne ma, per quanto mi concerne, avrà imparato soprattutto il francese. Ricapitolando, il Nostro non solo è un manzo da competizione, non solo sa cucinare, ma sa pure parlare en français: per me, quindi, potrebbe anche recitare gli ingredienti del cacciucco, io direi “mais oui, je t’aime” (seguono nella mia mente giorni di passione in mezzo a ostriche e perlage).

Ma torniamo alla scientificità della questione: fornire prove- non è che lo si possa definire “manzo” così, come ho fatto poc’anzi, peraltro in balia di motivi ben poco scientifici. Carlo ha quello sguardo un po’ così, quello in cui si erge a livelli esponenziali l’amletico dubbio che attanaglia noi donne da quando abbiamo finito la terza elementare, ossia “Ci è o ci fa?”. Bene, l’uomo risolto- una creatura mitologica- ci fa, il ragazzino solitamente ci è, Cracco non lo sa. Ma non lo sa veramente: lui ci guarda dallo schermo della TV, con quegli occhi umidi- ragazze mie non distraetevi: lo sguardo, non i vostri slippini- mentre parla alla casalinga di Voghera che è in ognuna di noi. Noi siamo lì, più fesse che indefesse, a cercare ancora di capire che specie fosse quel pesciolone fotografato con lui sulla biblica copertina di GQ, ché sono anni che l’unica risposta che ci viene in mente è “capitone”, contro ogni evidenza ittiologica.

La verità è che Carlo ci confonde, assai peraltro, perché è confuso egli stesso. Umberto Eco, nella Fenomenologia di Bongiorno, ebbe a scrivere che Mike è l’idolo che piace perché alla portata di tutti, non richiede allo spettatore sforzi titanici di identificazione. Io, che scrivo invece la Fenomenologia di Cracco, Carlo lo inserisco nell’Olimpo per il motivo contrario: Carlettino non lo sa proprio perché gli sia piovuta addosso tutta questa fama e, nel dubbio, ha deciso di fare lo snob. Cracco ti guarda e mette distanza: la stessa, occhio e croce, che intercorre tra un uomo in piedi e una donna spalmata su un vassoio d’argento, tanto per intenderci. L’uomo qualunque non si identifica, non riesce a mettersi sullo stesso piano, gli sforzi li ha già elargiti per il Fantacalcio, figuriamoci se ora può dedicarsi all’estetica di una mousse di sedano. La donna, non la donna qualunque bensì una donna qualsiasi, NON SI VUOLE identificare: l’identificazione richiede un mettersi sullo stesso piano, e noi dal Cracco vogliamo essere solo e solamente sottomesse; da ogni uomo, a dire il vero, a patto di esserne capaci.

Carlo Cracco non è UN sex symbol. Carlo Cracco è IL sex symbol, cara la mia Wikipedia: se è capace di gestire una cucina tempestata da macchie di unto, sarà tranquillamente in grado di gestire una donna in preda SOLO agli ormoni. Con una padellata in testa, mal che vada.

(Parrebbe che si sia tralasciata la questione principale in cui risiede la differenza specifica di uno chef, ossia il saper cucinare. E invece questi sanno pure cucinare. Mi ha preparato persino il dolce. Ecco.)

La regina

Martina Del Castello permalacopia