Polvere, ceneri e macerie

malacopia_mesetematico_stefanocortini_maceriequad3Gianluca Vacchi: guardo i suoi video, intellettualmente lo trovo ridicolo e sono pienamente consapevole che si tratti dell’ennesimo prodotto marketing che ci hanno propinato e che noi abbiamo ingoiato. Macerie popolari con qualche paillettes sopra che fa un po’ di luccichio.

Ma, nonostante la presa di coscienza, continuo a guardarlo quando mi appare sulla bacheca di Facebook, tra un post sul terremoto e l’ennesimo piatto fotografato.

Vacchi è l’emblema di un Paese che cade a pezzi, che ride delle proprie macerie e, come una Fenice al contrario, ci si crogiola.

Così tutti abbiamo avuto bisogno di vedere interi paesini venire giù per ricordarci dove viviamo, chi siamo e cosa conta davvero. Due giorni, una settimana al massimo e poi siamo tornati a concentrarci su Gianluca Vacchi: le macerie culturali sono meno pesanti di quelle reali.

Tuttavia, guardiamo le cose da un altro punto di vista, magari proprio da quello di Gianluca: le sue macerie sono oro. Ogni click sui suoi video è un sorriso in più sul conto in banca: fare business sulle macerie è sempre un ottimo investimento. E un’amara verità. Piaccia o non.

Riempire di lustrini le proprie macerie per rialzarsi: Gianluca Vacchi è il nostro ego che si sollazza al sole. Una tecnica di marketing, né più, né meno.

Dunque le macerie sono un’opportunità, dipende solo da che punto di vista le si guarda. È una banalità questa? Si lo è. Ma le decisioni migliori della nostra vita le abbiamo prese quando avevamo perso molto, o tutto. I lavori migliori li abbiamo ottenuti quando abbiamo demolito le nostre sicurezze interiori e abbiamo messo un piedino lì fuori, al limite della nostra comfort zone. Perché l’eccellenza si raggiunge passando dai bassifondi, ma avendo un naso abbastanza delicato da non sopportarne troppo a lungo l’olezzo.

Non è un caso che la Fenice sia, mutatis mutandis, l’unica icona presente in tutte le culture, in tutti i tempi: era Bennu in Egitto, un’aquila in Grecia, Ho-ho in Giappone. Ma la Fenice più bella è quelle ebraica, tramandata dalla leggenda: Eva convinse tutti gli animali del Creato a mangiare il Frutto Proibito e tutti accettarono. Tutti tranne la Fenice, che fu ricompensata con il l’immortalità.

Distruggere per ricostruire, temere per cambiare, ardere per risorgere ma non seguire il gregge, perché le pecore non volano: l’immortalità ha un costo alto.

E per questo non basta neanche il conto in banca del Gianuca Vacchi di turno.

Martina Del Castello per malacopia

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