Sappiate che questo non è ancora l’inizio. Siamo ancora nella fase in cui lo scrittore, io in questo caso, sta accumulando una serie di idee anche buone singolarmente, ma ancora un po’ confuse, nebulose, e non sa proprio né come, né da dove cominciare. Peraltro allo scrittore stesso, nella circostanza sempre io, cominciano a formicolare dita e mente. Egli vorrebbe poter scrivere, non può farne a meno ma, non avendo ancora quel propulsore necessario alla scrittura vera e propria, si deve accontentare di prendere tempo, usando stratagemmi del tipo: descrivere le sensazioni che si provano in quei momenti che precedono l’illuminazione. E poi, prima o poi qualcosa succede, ma questo non è che l’inizio.

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1 . IL REGALO DI COMPLEANNO

Nel caso in cui doveste trovarvi nella situazione di farmi un regalo, sappiate che vi basta acquistare un papillon. Di seta. Di fattura inglese. Di colore amaranto. Con sottilissime righine verticali. Questo è il regalo che mi farebbe felice. Un regalo particolare, specifico nelle specifiche, dettagliato nei dettagli – ne convengo – a tal punto che tutti, tutti gli anni, mi regalano sempre qualcos’altro, trovando mille inutili scuse sul fatto di non essere riusciti a regalarmi proprio quello che volevo.

Io no. Io chiedo sempre all’interessato cosa desideri ricevere in regalo. Per evitare perdite di tempo e delusioni. E non è neppure richiesto che la cosa in dono sia di mio gusto. Purtroppo, a mio nipote Renatino, il figlio più piccolo di mia sorella, 10 anni oggi, ho promesso, come regalo, un biglietto per il Circo che proprio in questi giorni fa tappa nella nostra città. Non essendoci nessuno che lo accompagni, per mantenere la promessa, è capitato che ce lo debba accompagnare io. E a me il circo proprio non piace.

Non amo gli spettacoli circensi perché mi annoierei, sapendo, pur non essendoci mai andato, che i numeri sono sempre un po’ vecchi. Tutti me ne parlano come il trionfo della fantasia. Ma io non credo alla fantasia, per cui non credo neanche a loro quando mi dicono di essersi divertiti. In particolare, penso che i clown siano personaggi tristi ma non ho mai trovato conferma a questa voce, probabilmente perché non ho cercato a fondo.

Ora che ci penso, sarebbe proprio il caso di risolvere la questione proponendo un sondaggio tra i miei conoscenti, ma non è questo un buon momento. Se non mantenessi la mia promessa, deluderei Renatino che aspetta il suo regalo da mesi. È un bravo bambino, molto intelligente ma un po’ pigro: è il secondo della classe, ma senza alcuna velleità di migliorare. Ciononostante, credo che meriti questo regalo, per cui mi sottopongo al sacrificio. A dire il vero mi sacrifico anche per Nonno Cino, mio nonno e bisnonno di Renatino, centodieci anni, di cui un buon terzo passato a intagliare stuzzicadenti. Nonno Cino vuole assolutamente approfittare dell’occasione per rivedere il circo dopo ottant’anni, il tempo che gli è servito a dimenticare un’equilibrista per la quale aveva avuto una passione pericolosa e precaria, vissuta sul filo del rasoio per via di sua moglie, Nonna Dora, che teneva ben salda la corda del loro rapporto matrimoniale. Un filarino durato solo due anni, ma al cui ricordo era rimasto legato per lungo tempo.

Per essere certo di trovare i posti migliori, ho prenotato i biglietti con largo anticipo e in un’ottima posizione in modo da vedere artisti e animali da pochissimi metri, a rischio di qualche scherzo bagnato dei clown o di emissioni gassose delle belve ammaestrate, segno evidente del loro disagio nell’eseguire sotto costrizione quei ripetuti salti da pedana a pedana.

Per l’evento ho fatto indossare abiti sportivi: il circo non prevede etichetta. Ci incamminammo per tempo: io vado orgoglioso della mia puntualità, a maggior ragione quando si tratta di andare a vedere uno spettacolo, di qualsiasi tipo esso sia; non potrei mai entrare ad uno spettacolo già cominciato nemmeno nel caso in cui sia previsto un mio scarso entusiasmo.

Il circo fortunatamente dista poche centinaia di metri da casa e, nonostante il ritmo lento dovuto alla sedia a rotelle, da anni costretta a sopportare il peso di Nonno Cino, si trattava pur sempre di una breve passeggiata. Arriviamo con un buon anticipo, un tempo più che sufficiente per visitare la piccola fiera di bancarelle sistemate nel prato prospicente l’entrata del circo: un grande tendone a righe bianche e rosse con centinaia di bandierine colorate. A dire il vero, sia le strisce bianche e rosse, sia le bandierine, serbano solo un vago ricordo dei colori originali. Anche le luci sembrano un po’ stinte. La scritta all’ingresso non può essere più ovvia: Circo. Già, a proposito di fantasia.

Tra le bancarelle, quella che desta maggiore attenzione – incredibilmente – non c’è. Si tratta infatti dell’uomo invisibile. Sulla bancarella, invisibile anch’essa, si trovano in esposizione oggetti invisibili – così è scritto su un cartello ai piedi della stessa – ma nessuno immagina di cosa si tratti.

Parte della folla che si è radunata lì, incuriosita da questa stramberia, pare perplessa e, in cuor suo, teme una truffa bella e buona. Un bambino scettico, cercando di attraversare l’invisibile chiosco, esclama a gran voce: “Ma qui non c’è niente!”. Un brusio si leva dalla folla. Il bambino cade a terra come colpito da qualcosa, ma tutti ridono di fronte alla burla del piccolo attore.

Mi giro di lato e all’improvviso vedo un cartello, che giurerei poco fa non ci fosse.

Uomo invisibile

Se non ci credi, scusa se insisto,
meno mi vedi e più io esisto.

Nulla trovo da obiettare a quella ferrea logica, a quella prova di un’esistenza che non richiede nessuna particolare evidenza.

Un attimo, solo un attimo e non di più resto assorto davanti a quel cartello. Poi mi volto verso la fila all’ingresso, giusto in tempo per vedere il tendone che sta inghiottendo la fila all’ingresso, compresi Renatino e Nonno Cino con tanto di carrozzella.

Luciano Manzalini

Illustrazione di Loris Dogana.