RICCARDO CASTAGNARI

[Attore – Roma]

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Colui che segue la folla non troverà altro se non la folla. Colui che cammina da solo è probabile che trovi se stesso in luoghi in cui nessuno è mai stato.

Albert Einstein

Riccardo ti trafigge senza lasciarti scampo, e non riesci nemmeno a capire se lo faccia con quegli occhi verdi oppure con quel biondo perverso che, alla fine, diventa familiare. Perché, che sia Riccardo o Marlene- la Dietrich riveduta, corretta perché scorretta, che lui porta in scena dal 2001- la “persona”, etimologicamente intesa come maschera, scompare a favore della personalità. Non è un caso la scelta dello pseudonimo: QUINCE, una crasi tra QU-een e pr-INCE , tra Regina e Principe. Ed è qui che si erge la corona di Riccardo, incastonata sopra la sua “operazione”: lui non è Drag- Queen, non è un ruolo en travesti, non è solo l’uomo che interpreta una donna, ma è Actor-Queen; sapere cosa non si è spesso conduce con più facilità al cesellamento della propria immagine che, in questo caso, si fonde con l’estetica, con quel costruire- dagli abiti, dalla sceneggiatura al trucco di scena- quella Marlene che descrive come presenza ormai familiare, e mai come altro da sé: “Perché era un po’ come una zia che ho sempre avuto per casa, dalla prima volta che da ragazzino vidi in tv La Taverna dei Sette Peccati e quella donna meravigliosa che mi fece innamorare perdutamente di lei. Iniziai a cercare i suoi dischi (all’epoca impresa non facile) e ad ascoltare le sue canzoni. Poi venne in uso il videoregistratore e cominciai a registrare tutti i suoi film“. Uno studio dettagliato o, meglio, una venerazione riservata a una dea, perché MARLENE D. – The Legend è, innanzitutto, un atto d’amore: non a caso la prima è datata il 14 febbraio.

La domanda, tuttavia, sorge spontanea: perché un uomo? “Solo un uomo poteva rendere la femminilità di Marlene in maniera credibile, perché un uomo si muove su un terreno non suo, per una donna invece diventa competizione ed è fatale che porti sempre un po’ di se stessa nell’interpretazione di colei che, invece, altre donne non avrebbe sopportato! Anzi, penso che sia proprio il mio maschile a darle quel qualcosa di più che in fondo anche lei aveva. Perché la sua femminilità in fondo era molto maschile“. Parlare con Riccardo significa deporre le armi di genere: laddove, altrove, esiste la bipolare schematicità uomo- donna, qui si insinua l’elemento del femminino e del mascolino, che rende tutto più fluido, tutto più elastico, forse anche neutro.

La sensazione data indietro è quella di una definizione per contrari, un delineare non con un tratto netto ma un limitarsi a contenere delle caleidoscopiche sfumature: “Un proverbio indiano dice di non temere l’ombra perché è creata da un sole molto più forte di lei, ed è una frase che ricordo soprattutto nei miei momenti “no”e il mio mestiere ne ha parecchi di quei momenti: quei periodi che non sei in scena, per esempio, e tra un’andata in scena e l’altra purtroppo può passare anche molto tempo, soprattutto di questi periodi; quindi, per godere la luce, ho imparato, di necessità, ad apprezzare il buio“. Trionfare sul proprio campo di battaglia passa necessariamente per quell’accordare continuamente la discordia, per quell’azione eraclitea che fonde gli opposti in una “bellissima armonia”. Ed è proprio in quel momento che le sfumature svaniscono e tornano a essere tratti decisi, come l’eyeliner sulle palpebre di Riccardo che però mi rivela come, da sempre, la vera difficoltà sia un’altra: “…Attaccarmi le ciglia finte!”. Costruire una donna può essere impresa più vezzosa che esserlo.

Marlene vive di contrasti, dunque, ma è anche una specie di opera corale in cui rivive tutta la formazione artistica di Riccardo: “Mastelloni, Paolo Poli, Proietti, Albertazzi (come spettatore), tra gli spettacoli Il giardino dei ciliegi di Strehler, La gatta Cenerentola di Roberto De Simone e tanti altri, tra i maestri e colleghi Elio Pandolfi, Maurizio Scaparro, Ernesto Calindri, Milly, Paola Borboni e tanti altri. Di Milly ricordo sempre una frase che mi viene utile ogni volta che sto per entrare in scena; lei diceva che aveva sempre paura in quell’istante che precedeva l’apertura del sipario: “Quando finisce la paura, lì comincia il tecnico e finisce l’artista”. Grande Milly!!!“.

Sentendolo, più che ascoltandolo, la cifra distintiva della diade Marlene- Riccardo è da ricercarsi in quella drammaticità che solo l’arte statuaria può avere: penso ai Prigioni di Michelangelo, a quell’atto liberatorio di scavarsi dalla pietra che diventa necessità estetica e lo rivedo nel tentativo, mai domo, di liberare energia dal caos, di trasformare uno stato indefinito ma coevo non in una fissità ma in un divenire costante che si addolcisce in una femminilità imparata ma mai leziosa, consapevole perché interiore e che si erge autorevole e autoritaria nello sguardo fiero e audace di Marlene.

Con Marlene ho dormito, mi sono risvegliato, ho fatto colazione, pranzo e cena, ci sono andato a teatro, al cinema, a fare la spesa; è stata sempre presente: la dovevo sentire parlare, la dovevo vedersi muovere“. Marlene, al netto di tutto, è un atto di amore erotico: Riccardo la possiede sul palcoscenico perché ogni giorno si nutre di lei. O – ed è la versione che preferisco immaginare – è Marlene che si è impadronita della voce di Riccardo e, tramite questa, ci ricorda quanto sia necessario con-fondersi per definirsi.

Martina Del Castello per malacopia

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Illustrazione di Florian Contegreco