Profumo di… petrolio!

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Nell’era odierna, così infarcita di tecnologia che a momenti sembra di vivere in Matrix, perdere il contatto con la realtà è alquanto semplice. Ma in questo periodo dell’anno, più che in altri, Madre Natura ci tiene a farci sapere che è viva… e vegeta! E per quanto agli allergici ciò possa far storcere il naso, la primavera è il tripudio dei profumi della natura. 

Io ho la fortuna di vivere in una delle regioni italiane tra le più verdi ed incontaminate, talmente incontaminata che in molti casi la terra sta fagocitando le vie di comunicazione… Ma questa è un’altra storia!

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Matera

Dicevamo: io vivo in Basilicata, regione che nella migliore delle rappresentazioni stereotipate sale alla ribalta per Rocco Papaleo, Arisa e l’Aglianico del Vulture, mentre nella peggiore delle ipotesi viene tinta di nero dalle cronache sugli omicidi efferati, la malasanità e gli scandali politici.

Come se la Basilicata fosse solo questo. Non è così, in questa terra c’è molto di più, c’è un mare che te ne innamori, che il suo profumo te lo porti nei polmoni; ci sono parchi verdi e lussureggianti, pace per la mente e per il corpo; ci sono i Sassi di Matera ed i piccoli borghi che odorano di storie senza tempo e tradizioni. Un tempo lessi che per vivere New York bisogna farlo con il naso, respirare l’odore degli hot dog e dei gas di scarico. Bene, ritengo che per la Basilicata valga lo stesso principio. Respira, respira a pieni polmoni, senti che bell’aria fresca!

Malacopia_petrolio-basilicataCome dici?! Avverti anche uno strano olezzo?! Hai ragione! C’è del marcio anche qui, pur non essendo in Danimarca. Il puzzo che senti è quello del petrolio che hanno scoperto essere sotto i nostri ignari culi, e che stanno estraendo in quantità massive, al punto che ho paura che presto ci ritroveremo come l’Olanda, sprofondati sotto il livello del mare.

Ora non voglio passare per antiprogressista o ipocritamente fare la parte di quello che “va bene tutto, purché non lo facciate sotto il mio naso”. Ritengo meraviglioso il progresso tecnologico e scientifico dell’uomo, ma per contro c’è bisogno di salvaguardare anche la nostra incolumità e quella del pianeta che ci ospita.

Viggiano

Viggiano

Chiusa questa breve parentesi, quello che nessuno forse sa al di fuori dalla Basilicata, si può constatare che il manto oleoso e tossico sta formando una coltre nera e mortifera che si spande su terreni un tempo fertili e produttivi, e che ora producono solo soldi.

Ora. Abbiamo sempre saputo di dormire sopra ad un grande giacimento, forse uno dei più grandi d’Europa, ma fino a qualche anno fa lo si è sempre tenuto strategicamente da parte: non si sa mai, dovessero arrivare momenti di crisi… Non conveniva a nessuno far oscillare troppo l’ago della bilancia delle economie del globo. Ma poi crisi fu! Economica, grande, mondiale. Sono crollati governi, nuovi equilibri sono stati disegnati, vecchi spauracchi sono risorti dalle ceneri di una guerra che di freddo aveva solo il nome. E allora si decide di raschiare il fondo del barile, o meglio dei barili, e di riempirli di oro nero.

Qualcosa stava cambiando anche per noi, gente di Basilicata, ed in negativo.

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Maratea

È anche una questione cromatica, è evidente: siamo passati dal cristallino oro blu – le numerose fonti e falde acquifere che bagnano le nostre terre – a quello nero, scendendo più in profondità, per andare ad estrarre quel petrolio che mai ci si era sognati di estrarre. Non volevamo sprofondare così in basso? Può darsi. È nella memoria di noi tutti, del resto, come sia stata gestita male per anni l’altra grande risorsa della nostra regione, l’acqua, appunto: si chiamava Acquedotto Pugliese, ma le fonti erano lucane. Basta già questo a far comprendere il fondamento dei nostri timori.

Ma per fugare i nostri dubbi, le nostre paure, è sceso in campo persino il governatore della regione, che da mesi fa il giro delle scuole e dei social, per raccontare a tutti la sua favoletta, cioè che non c’è niente da temere, che la salute dei cittadini viene prima di tutto, e che il petrolio sarà fonte di grande ricchezza per noi lucani. Ed ogni notte, prima di mettere a dormire le coscienze, ha inizio la narrazione.

Malacopia_Manifesto_Petrolio_wwfC’era una volta… Una volta c’era vita, c’era colore, c’erano campi coltivati e genti radiose, ora invece c’è puzza di morte. Ci sono i dati statistici, le incidenze tumorali sul numero di decessi nelle zone interessate dalle attività estrattive (negli ultimi anni si è registrata una forte ascesa in tutta la regione delle morti per cancro mentre, per fare un esempio, la vicina Puglia, quella dell’Ilva di Taranto, ha visto nello stesso periodo diminuire i decessi), le evidenze fotografiche delle sostanze tossiche che fuoriescono dal terreno o i fumi che vengono sprigionati nell’aria in quantità molto al di sopra dei valori di norma. Ma chi dovrebbe tutelarci tace, o accusa di fare allarmismo coloro che semplicemente si interrogano su ciò che sta accadendo sotto ai loro piedi.

L’affare non è così banale come si tende a ridurlo; l’attività estrattiva incide ed influenza – oltre al primario bene della vita che è la salute – tre fondamentali risorse su cui si è basata l’economia lucana da sempre: l’agricoltura, che già sta vivendo un periodo cupo, con la perdita di ettari di terreni coltivati a causa della crisi mondiale, ed i cui terreni sono ora minacciati dall’inquinamento; l’acqua, in quanto il petrolio si trova a profondità maggiori e nella fase di estrazione rischia di contaminare le falde; il turismo, con i luoghi della movida estiva ed i paesaggi da cartolina, su cui incombe questa minaccia, come una grande goccia d’inchiostro che in un attimo cancella frasi, pensieri e poesia.

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foto di Basilicata24.it

E non serve a nulla cercare di riparare all’errore, promettendo ed attuando interventi di vario tipo, dal bonus idrocarburi (convertito ora in social card) ad interventi strutturali dall’impatto più incisivo sulle sorti della nostra regione. A cosa serve innaffiare con fiumi (mah… ruscelletti, forse) di soldi una realtà prosciugata della sua energia vitale?

E allora forse la puzza che sentiamo non è quella dei prodotti chimici dei giacimenti petroliferi, che hanno coperto i profumi del verde della natura. E non è neanche quella del denaro, che si è andato a sostituire al primo verde, considerato improduttivo (come se i soldi avessero davvero un valore – certo non puzza, come recita il vecchio motto). No, la puzza che sentiamo, e che continuiamo a sentire, è quella dell’ingiustizia e del sopruso, di una terra ancora una volta vessata e sfruttata da chi avrebbe dovuto proteggerla. E questa puzza non la copri con nessun altro odore, puoi solo fare qualcosa per rimuoverne la fonte pestilenziale.

Per tornare a respirare il profumo della vita.

Giuseppe Raffaele Puppo per malacopia

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