Torre mangia cavallo in B4 , e anche alfiere in F7, e anche la regina… oh, perbacco, torre deve aver mangiato anche la scacchiera, che non c’è più. Aspettate un attimino: eh, ma qui le torri sono un po’ troppe. Sette ne abbiamo contate. Più tutte quelle  sparse per Bologna, si può proprio dire che la città ne è infestata.

Comunque qui ce ne sono 7, The Towers of Love, si chiamano. Of Love col piffero, diciamo noi: le hanno messe in un angolo e transennate perché sono pericolose, hanno divorato tutti gli altri scacchi!

Stiamo scherzando, ovviamente: siamo dei simpaticoni. Ma lo è anche l’artista Moatar Nasr, che non ha proprio scelto i simboli dell’amore per definizione come soggetti per quest’opera. Secondo noi è un’evidente provocazione ai simboli del potere: in effetti notiamo subito quella che pare essere la riproduzione della grande piramide maya, dove i maya non erano di certo soliti celebrare  l’annuale sagra del tartufo. Ecco. Ci facevano un’altra roba.

Beh, basta scherzare: l’impatto è forte. Le sue Towers sono un concentrato di mondo, sono il punto più alto da cui vederlo, sono il mondo portato alla nostra altezza da vedere tutt’assieme, ogni luogo nello stesso luogo, e pensare. Riflettere.  E, forse, parafrasare una scacchiera non è poi così profano, questa volta, dato che il nostro mondo le somiglia sempre più. Queste Torri, anche rese piccole per dimensioni, anche trattate con materiali diversi, ora freddi e pesanti come il ferro, o fragili e trasparenti come il cristallo, non perdono certo la loro rilevanza e incutono, nello spettatore, un po’ di timore e deferenza. Come ogni simbolo, del resto, che può essere eterno nella forma ma sempre mutevole resta, mutevolissimo nell’interpretazione. The Towers of Love, allora, perché no, anche se amore non fosse la prima cosa che vi viene in mente: amore ed odio, del resto, sono sempre le due facce di un’unica medaglia chiamata emozione.

malacopia